Gran Paradiso, parete Nord

Le cose buone maturano lentamente, con il tempo. E così fu anche per questa escursione, che buona lo fu per davvero. Non era ancora inverno inoltrato che si provava a dare le prime spiccozzate in cascata quando, in quel di Sappada, mi sentii dire: “ti areo, ti andrebbe di fare la Nord del Gran Paradiso?”. Lì per lì rimasi in silenzio, un po’ basito, pensando tra me e me: “il primo 4000 della mia vita in invernale su una Nord!?”. Ma subito, probabilmente lettomi il pensiero in faccia, il mio silenzio fu interrotto dalla perentoria esclamazione: “ehi questa primavera mica in inverno!”. Ora il dipinto assumeva tutt’altra tinta e, anche se non diedi alcuna risposta, il seme era ormai piantato.

Seguirono mesi e mesi di relazioni lette, rilette, esaminate, scrutate, indagini approfondite, foto zoomate fino a contare le viti messe giù dell’impavido alpinista di turno! Si sa, con internet e tutti i media a disposizione, oggi l’alpinismo di basso/medio livello ha perso il fascino dell’ignoto e certo non si parte più con uno schizzo e tre note benevolmente riportate, ma tant’è e ben venga!

Fu così che giunse la primavera ed ormai il dado era tratto, il gruppo costituito e le idee chiarite! Cordate Federico-Mattia (amici di vecchia data), Roberto-Andrea (buoni compagni di corso). Ed ecco che si entra nella fase mediatica 2.0: come un rituale quotidiano, come caffè e brioche al bar, ci si reca a lavoro dieci minuti prima e si apre a tutto schermo la webcam che dal Rifugio Chabod punta dritto la parete Nord, che si scaglia imponente in faccia al rifugio, e subito impazzano i WhatsApp: hai visto che nera! È tutto ghiaccio! Così sono tutti tiri di corda! Deve nevicare! … e l’adrenalina iniziava a salire.

E’ con la benevolenza di una tarda primavera ricca di precipitazioni, praticamente perfetta per le ascese in occidentali ed ulteriormente rassicurati dalle parole del rifugista, il quale per riportarci le condizioni della parete non lesinò aggettivi quali eccezionale o magnifico, che il 9 Giugno ci ritrovammo in quel di Valsavarenche, pesanti zaini in spalla, a scarpinare sul sentiero che zigzagando ripido sale al rifugio Chabod. E’ solo quando si scollina alla fine del sentiero che finalmente si scorge il rifugio, il quale non venne nemmeno notato, ecclissato dalla grandiosa parete Nord che cupa ed austera gli guarda le spalle. Il ritmo si spezza, il passo si interrompe. Ci guardiamo negli occhi. Vista frontalmente incute timore e rispetto. Siamo comunque rifrancati dalle pendenze riportate nelle relazioni; è ben noto che la vista frontale falsa le reali pendenze. E’ con questa certezza o speranza che sia che, bevuto il grappino di rito a conciliare il sonno, ci corichiamo di buon’ora: la sveglia è per le 2.15!

Con gli occhi carichi di sonno si cerca di fare colazione. Si parla poco, ognuno vive le proprie emozioni interiormente, non vi è tempo di parlare, bisogna muoversi, le cordate sono tante e molte sono già partite. Mettersi in macia con le frontali nel bel mezzo della notte è alienante, si entra in un’altra dimensione. Le sensazioni sono davvero forti ed a tratti indecifrabili. Io sono un po’ teso, cerco di spronare i compagni a far presto, ma attraversare un ghiacciaio a 3500 metri di quota non è una passeggiata. L’avvicinamento all’attacco della parete è decisamente lungo e faticoso. Arriviamo sotto la crepaccia terminale sfiniti e preoccupati. Ma è proprio quell’abbondante neve trasformata che ci rese l’incedere tanto svilente, costringendoci ad infilare un passo dopo l’altro in buchi fondi fino al ginocchio, che in quel preciso momento, così cruciale, fece sì che ci si scagliasse davanti ai nostri occhi una parete ben gradinata dove le cordate già partite salivano agili e veloci. Rinfrancati e rigenerati partiamo di buon piglio. Saltiamo la crepaccia terminale con un non così facile movimento che una relazione di roccia definirebbe “passo atletico”. Si procede alla grande, ogni occhiata verso l’alto è un turbine di emozioni. Questo è forse il momento più bello dell’ascesa, quando si sente che le cose vanno per la maniera giusta. Arrivati sotto quello che un tempo fu un seracco, ed oggi è poco più di un cambio di pendenza, la salita si impenna e troviamo alcuni tratti di ghiaccio puro, ma li superiamo senza problemi, senza metter giù viti. Siamo a ridosso dei 4000, ora la quota si fa sentire per davvero, ma con qualche pausa ci portiamo a ridosso della cresta. Qualche spiccozzata ancora e siamo fuori. Baciati finalmente dai primi raggi mattutini, difronte a noi si staglia l’immensità del ghiacciaio della Tribolazione. L’aria sottile dei 4000, l’immensità che ci circonda a 360°, la cupa parete ormai messa a tacere sotto i nostri piedi, mille emozioni condivise ad incroci di sguardi, non servono parole. L’ultima fatica per risalire la cresta e l’agognata Madonnina è là, difronte i nostri occhi. E’ fatta.

Questo primo magnifico 4000 della nostra vita non possiamo che dedicarlo a Fiorenzo il quale, più di ogni altro, ha saputo trasmetterci non solo le conoscenze, ma soprattutto l’immensa ed onesta passione che ci ha permesso di condividere un momento così segnante, come speriamo lo saranno molti altri ancora, sempre con un pensiero rivolto verso l’alto. Grazie Fiore.